Le avventure di Pinocchio, titoli di chiusura

Dodany: Feb 8, 2012

Od: CaramammaRaisigleTV

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(parte seconda) Lucignolo è, nella rilettura della favola collodiana, un ragazzo difficile con una famiglia assolutamente disastrata alle spalle, abbandonato a sè stesso e vittima della violenza gratuita che il padre esercita, arbitrariamente, su di lui e, presumibilmente, anche sulla madre quando la sera, al termine di una infame giornata di lavoro, si ubriaca maledettamente estrinsecando il lato oscuro suo proprio. Certo questa interpretazione non è nitidamente percepibile di primo acchito eppure, ascoltando con estrema attenzione lo svolgimento dei dialoghi, emerge distintamente disegnando un quadro assolutamente desolante di quello che è l'entourage di Lucignolo e che, molto probabilmente, rifletteva se non la situazione sua propria - di Domenico Santoro, intendo - quella di molti ragazzi borgatari capitolini dei primi anni settanta. Lucignolo è, dunque, un ragazzo difficile, un emarginato ; ma la visione comenciniana, romantica, lo ammanta di un pathos miltoniano alla stregua di un eroe tragico e questa sua intuizione, indovinatissima, conferisce uno spessore altrimenti assente al personaggio collodiano ma questa connotazione lungi dallo snaturarlo sembra, per converso, essere una qual sorta di fisiologico sviluppo della primigenia visione collodiana quasi come se il Lorenzini (il vero nome di Collodi n.d.r.) non avesse avuto il tempo necessario per tratteggiarne, appieno, le sfumature. Lucignolo, quindi, rappresenta, ad un tempo, una peculiare chiave di lettura comenciniana assolutamente rivoluzionaria - assente, infatti, nel romanzo originario - ma, al contempo, assolutamente canonica e complementare con lo spirito dello scrittore fiorentino. E questa schizofrenica chiave di volta la individuiamo, ancor più chiaramente, proprio nella figura di Geppetto per il quale, per inciso, il regista aveva pensato, in un primo tempo, a Vittorio Gassman salvo poi, su indicazione del celeberrimo mattatore, dirottare la propria scelta verso un attore più "dimesso" come Manfredi proprio perchè la preponderanza scenica di Gassman avrebbe seriamente inficiato la realizzazione del lungometraggio che, a quel punto, avrebbe potuto anche chiamarsi "Le avventure di Geppetto" (come, si sussurra, ebbe a dire lo stesso Gassman a Comencini quando fu, da questi, contattato). Ma il "modus recitandi" manfrediano era indispensabile - e si dimostrò, a conti fatti, indovinatissimo - perchè, attraverso Geppetto, Comencini riesce a spostare la macchina da presa e ad incastonare il lungometraggio su un'altra chiave di lettura incardinata sul rapporto padre-figlio assolutamente, o quasi, latitante nella stesura del romanzo anche se, ad onor del vero, per quanto eterodossa anch'essa poteva essere una "fisiologica conseguenzialità" della primigenia stesura del racconto da parte del Lorenzini riecheggiando, dunque, quanto era già successo proprio con Lucignolo. Il rapporto padre-figlio si innesta su quello madre-figlio (quello, cioè, della fata turchina nei confronti di Pinocchio) e si pone su un piano, qualitativamente, diverso rasentando il sublime perchè, per molti versi, rappresenta la quintessenza stessa dell'amore in quanto che a differenza della fata turchina, la cui benevolenza nei confronti del burattino è sempre condizionata al comportamento del ragazzo, l'amore di Geppetto è, sin dall'inizio, assolutamente totalizzante ed incondizionato ed il continuo rimando alla frase "sibillina", reiteratamente riproposta nel corso di tutto il lungometraggio, "L'ho fatto io" - riferendosi, da un lato, alla manifattura del burattino, certo, ma con chiare allusioni a qualcosa che andava ben oltre la semplice realizzazione artigianale di un, per l'appunto, mero manufatto - è la espressione, antitetica e per nulla dialettica, di una frapposizione, paterna, affatto diversa che stride, maledettamente, con quella materna ; e questo contrasto, soffuso ma presente nel corso di tutta l'opera, esplode fragorosamente al termine delle continue metamorfizzazioni del burattino che lascia alle spalle, una volta per tutte, il proprio "feticcio" nel ventre della balena a seguito, non a caso, degli strali lanciati all'indirizzo della fata proprio da Geppetto che la accusa, ad alta voce, di essere una megera. Alla fin fine, dunque, è proprio l'amore, immenso, del padre verso il figlio che indurrà la fata turchina a scindere, definitivamente, Pinocchio dal proprio alter-ego inanimato ed a trasformarlo, finalmente, in un bambino vero. E questa chiave di lettura comenciniana è meravigliosa ! O, almeno, è quello che io penso.

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